venerdì, giugno 20, 2008

Antropologia urbana, primo modulo, frequentante.

Quest'oggi Gino ed io avevamo in programma di andare a far visita alla Clo, da pochissimi giorni felicemente mamma.
Il lungo soggiorno nella provincia, unitamente al lutto subito in gennaio e all'atmosfera salutista che si respira da queste parti, hanno trasformato il nostro amico; alla mia banale esortazione affinché prendesse un casco, la sua risposta, con viso innocente, fu: "Ah... ma vuoi andare in motorino? Andiamo in metro!".
Non ho avuto la prontezza di spirito di tramortirlo col casco che lo invitavo a raccogliere e portarlo con me.
Ci siamo dunque incamminati e per la strada gli facevo notare tutte quelle cose che rendevano un viaggio in motorino più piacevole: la rapidità, il non attendere, il bel vento fresco in una giornata afosa... Nulla da fare! A questo punto decido di trarre vantaggio dall'esperienza e mi dispongo l'animo alla conoscenza come farebbe un qualsiasi antropologo.
Scesi dunque nei meandri della stazione della Metro, vengo invitato dal mio sodale a prepararmi a salire nell'ultimo vagone, perché sarebbe stato più comodo: mi lascio ingannare, persuaso chissà come che egli parli dall'alto di una lunga esperienza. Ovviamente, ci siamo ben presto trovati in un orrido carnaio: io ero circondato da alcune giovanissime ragazze, che avrebbero potuto tranquillamente partecipare al prestigioso concorso di Miss Inutile. E vincere. Le unghie accuratamente sottoposte a una French Manicure sembravano voler dire "Prendimi"; il biberon nella borsetta di Vuitton però suggeriva altrimenti... E anche qualora il richiamo avesse avuto un qualsiasi interesse per me, ovviamente, in quanto serio antropologo, mai mi sarei permesso di intromettermi nelle loro vite. Nel frattempo Gino era stato meno fortunato: il suo studio ravvicinato dell'ipertrofia delle ghiandole sudoripare sottoascellari di un corpulento energumeno, le cui abitudini igieniche avrebbero lasciati sgomenti persino alcuni parassiti delle feci, stava erodendo il solito colorito del suo incarnato, che rapidamente virava verso il cianotico.
Fortunatamente il viaggio si è concluso e - dopo un caffé ristoratore - ci siamo diretti verso l'abitazione della Clo.
Ovviamente, ogni andata prevede un ritorno (come ben sanno gli elastici); così, dando prova di sprezzo del pericolo, ci siamo di nuovo avventurati nei meandri sotterranei di Roma!
Conquistato un posto a sedere, dal nostro osservatorio privilegiato, abbiamo osservato alcune buffe abitudine degli autoctoni. Abbiamo in primis notato come i lunghi anni trascorsi lontani dal sole hanno inciso sulle facoltà intellettuali degli abitanti del sottosuolo: di fronte a una porta con cartello in doppia lingua (italiano-inglese), grande abbastanza da potere essere visto dallo spazio (durante il breve tratto all'aperto Flaminio-Lepanto), Loro si accalcavano premendo ripetutamente il bottone, sgomenti per la mancata apertura. Abbiamo inoltre potuto apprezzare le tecniche di corteggiamento in uso presso quelle popolazioni: un giovane maschio-sigma(verso il basso, insomma, della scala di Wilamowitz per il calcolo dell'appetibilità sessuale), cede il posto a un esemplare anziano; questi prende spunto dalla generosità del giovane e, con grande abilità, inizia una conversazione (da un dato estetico-visivo inessenziale, passa poi a ricavare informazioni personali, condendo il tutto con osservazioni moralizzanti in cui il giovane fa la figura dell'eroe). Non abbiamo potuto seguire lo sviluppo dell'amplesso, perché - ahinoi - eravamo giunti alla nostra fermata.
Il viaggio è stato interessante, come penso di aver documentato. Una sola pecca: la mancanza di un duty free fra i tornelli di uscita, che renderebbe queste esperienze ancora migliori.

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